• Redazione Traguardi

Per evitare l’esplosione sociale servono azioni eque e redistributive.

La riflessione di Giacomo Cona, segretario di Traguardi, sulle conseguenze economiche e sociali degli ultimi provvedimenti del Governo: cosa è stato fatto e cosa, soprattutto, ancora manca per riguadagnare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni.



Come movimento civico, lavoriamo ormai da anni su Verona e sul suo futuro, non avventurandoci mai troppo a fondo sul commento di tematiche nazionali.

Crediamo, però, che di fronte alla situazione drammatica attuale sia obbligatorio riflettere su quanto sta succedendo nel nostro paese e nella nostra città, che in questi ultimi giorni è stata interessata da varie manifestazioni di dissenso, con episodi anche violenti che condanniamo fermamente.


Il DPCM varato dal Governo domenica 25 ottobre è sbagliato, perché colpisce solo chi, quest’anno, ha già perso troppo. La diffusione del virus va limitata, certo, isolata il più possibile con la responsabilità e il contributo di tutti, ma è assurdo che, avendo avuto almeno cinque mesi a disposizione per una preparazione adeguata, il Governo sia giunto impreparate all'appuntamento con un’emergenza ampiamente prevista e annunciata.


Una decisione grossolana ed iniqua che appare come una resa, dopo aver provato ad implementare le misure di distanziamento e sicurezza più disparate, dopo aver inseguito per mesi un cambiamento drastico degli spazi e delle interazioni sociali, delle modalità di lavoro e di consumo.

La straordinaria gravità della situazione impone misure eque e misurate: se crisi economica deve essere, non può essere una sola parte dei cittadini a pagarne le conseguenze, specie se è quella stessa parte che fatica a riprendere una normalità ed una sicurezza economica sufficienti. In questo senso, macroscopico è l’errore di colpire categorie già deboli e già vessate.


Sia chiaro: le limitazioni sono in corso in tutta Europa e sono inevitabili all’avanzare del virus, ma allo stesso tempo il segnale dallo Stato non può essere quello di sacrificare in toto l’economia reale del Paese esponendo doppiamente al pericolo le fasce più a rischio.

Con il decreto “ristori”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 27 ottobre, il Governo ha introdotto ulteriori sussidi, finanziamenti a fondo perduto ed esenzioni dai contributi e dalle imposte per le categorie colpite dai provvedimenti di chiusura; misure che rischiano di essere una replica di quanto già fatto la scorsa primavera, con risultati quantomeno ondivaghi. Misure estemporanee, in grado di tenere a galla, forse per qualche mese, cittadini ed imprese penalizzati. Una distribuzione a pioggia di aiuti economici necessaria ma non certamente sufficiente, e soprattutto non sostenibile nel lungo termine.


Esistono nel nostro Paese, e per fortuna, numerose categorie che in questo periodo drammatico hanno continuato a lavorare, a produrre, in alcuni casi anche migliorare i propri risultati proprio in virtù di esigenze e bisogni sorti in questi ultimi mesi di grandi cambiamenti.

Dipendenti pubblici e privati che non si sono mai fermati, aziende che hanno moltiplicato i propri ordini, filiere che hanno aumentato la propria capacità produttiva e categorie professionali che hanno saputo cogliere nella pandemia l’occasione per fornire nuovi servizi e nuova assistenza. Una fortuna di cui il nostro Paese deve andare fiero, e in cui anche Verona gioca una parte importante.


Plateatici vuoti in piazza Bra. Fonte: L'Arena.it

Per questo, nella straordinarietà di questi tempi, il pericolo più grande è quello di un aumento devastante della disuguaglianza sociale, delle differenze economiche tra diversi gruppi di cittadini e tra le diverse generazioni. Una frattura che, se si allarga, alla lunga può trascinare nel baratro l’economia e la società di un Paese intero, minando alla radice il sentimento di fiducia e di coesione. Per questo motivo, tempi straordinari richiedono misure fuori dal comune, decise ed eque. Muoversi in un’ottica compensativa e redistributiva è necessario e urgente, ed è quello che un Governo che ha a cuore la tenuta complessiva dello Stato dovrebbe fare al più presto.


Pensiamo che sia possibile finanziare i costi di sostentamento per le categorie più svantaggiate chiedendo a quelle più fortunate un contributo in più. Una tassa una tantum, con aliquota fissa al 3% sull’aumento del fatturato nel 2020 per contribuenti con redditi superiori ai 100mila euro annuali, ad esempio, può fornire un gettito importante per riportare ristoro ai meno abbienti.

L’utilizzo di uno strumento come la Cassa Integrazione anche per numerosi dipendenti pubblici i cui uffici non stiano lavorando a pieno regime perché collegati ad ambiti rallentati o fermi dell'economia e della società, di pari passo con una veloce accelerazione del processo di digitalizzazione dei servizi della pubblica amministrazione, può costituire un importante risparmio per lo Stato ed i cittadini. È necessario agire per la creazione di un circolo virtuoso in ottica redistributiva, che può contribuire a mantenere stabile il potere d’acquisto dei tantissimi lavoratori penalizzati, e con esso continuare a far girare l’economia reale del Paese, senza alimentare la percezione di una disparità di trattamento che genera risentimento e odio sociale.


Un esempio lo abbiamo visto proprio questa estate, quando i consumi interni sono cresciuti molto in pochi mesi portando ad un’impennata “di rimbalzo” del PIL, logica conseguenza di una situazione che ha portato tantissimi italiani a spendere in Italia, concentrando ancora più localmente le proprie scelte di consumo. Una situazione che difficilmente si replicherà a Natale, se durante l’autunno diminuiranno drasticamente le capacità economiche di una vasta fetta di popolazione.


A maggior ragione, quindi, inseguire una finalità redistributiva, e non solo di ristoro, è fondamentale in un momento in cui i costi sociali ed amministrativi dello Stato diventeranno ancora più onerosi e non potranno che ricadere, in futuro, proprio su quei settori che sono tra i più penalizzati oggi, e che corrono il rischio di trovarsi ancor più poveri domani.

Tra questi in particolare, le giovani generazioni di lavoratori e lavoratrici da poco entrati nel mondo del lavoro, che come accadde dopo la crisi del 2008 sono tra le fasce più esposte agli effetti della crisi economica e tra le più bisognose di sostegno, anche con misure ad hoc per garantire a chi dovrà pagare i costi dell'emergenza di avere fin da subito garanzia di un impiego sicuro e remunerativo.


Alcuni provvedimenti in questo senso possono essere l’introduzione di un imponente sgravio fiscale per il 2021, fino al totale azzeramento per alcune categorie, la concessione di crediti d’imposta pari alle perdite di fatturato subite nel 2020, da poter utilizzare per i periodi fiscali a venire, quando i fatturati dei contribuenti ricominceranno a crescere. O, ancora, l’abbassamento dell’IVA al 4% per una più ampia categoria di beni e servizi e l’utilizzo della Cassa Integrazione e degli ingenti strumenti finanziari dell’Unione Europea, che per il nostro Paese prevedono, solo con il piano SURE, un contributo di 27 miliardi.

Il tutto, ovviamente, contemperato da orari più permissivi di quelli introdotti con l’ultimo Decreto Governativo del 24 ottobre, con aperture garantite sino alle 22 o alle 23, così da dare a tutti la possibilità effettiva di lavorare nel rispetto delle misure di sicurezza, e controlli serrati - che nella scorsa estate sono spesso mancati - per punire puntualmente i comportamenti a rischio, senza colpire indiscriminatamente una categoria.


Non si tratta solamente di misure economiche o lavorative, ma di decisioni concrete su come la comunità nazionale dei cittadini italiani affronterà questa emergenza straordinaria e drammatica. Dovremo affrontarla insieme, collaborando, mettendo al primo posto la tenuta del nostro tessuto economico e sociale, dando prova di grande responsabilità per la salvaguardia del bene comune, sanitario ed economico. Dovremo farlo consapevoli che la comunità che saprà reggere l’urto dividendosi costi e compiti sarà una comunità dove noi stessi e le nostre famiglie potremo ricostruire un futuro migliore, mentre se resterà divisa da misure inique e parziali si frammenterà in modo irreparabile, con conseguenze devastanti alle quali nessuno potrà sfuggire.


Scontri violenti in piazza Erbe la sera del 28 ottobre 2020. Fonte: Veronasera.it


E a Verona?


Anche nella nostra città non mancano le misure concrete adottabili dall’Amministrazione per riequilibrare le sorti dell’economia veronese nei suoi comparti più colpiti. Il Comune dispone di uno strumento rapido ed efficace: stabilire agevolazioni e sgravi sull’IMU. L’imposta locale più redditizia, sulla quale il Comune ha ampia discrezionalità d'azione, può essere rimodulata in favore delle categorie che in questo momento si trovano in una situazione di entrate ridotte e costi elevati, per non costringerle all’estrema scelta tra il pagare l'affitto e il licenziare un dipendente, o, peggio ancora, il chiudere. La decisione del Governo di annullare la seconda rata dell’imposta per il 2020 per le categorie penalizzate dalle restrizioni è un sollievo per molti veronesi, ma è necessario che il Comune adotti politiche più strutturali e durevoli in materia, finalizzate ad agevolare la ripartenza economica della nostra città.

Bisogna inoltre considerare che molto spesso gli esercenti non coincidono con i proprietari degli immobili dai quali l’imposta è dovuta, e lo sgravio fiscale non si traduce quindi automaticamente in un supporto alle fasce penalizzate della nostra città.


Quello che serve è un provvedimento duraturo applicabile a tutti i proprietari di immobili che riducano l’affitto alle attività commerciali, di ristorazione e professionali traendone a loro volta un beneficio in termini di minore imposta dovuta al Comune.

Una misura che può essere fondamentale per mantenere viva e bilanciata la situazione economica, senza arrestare i consumi interni e agevolando la ripartenza delle attività.

Per la necessaria ripresa economica, si potranno poi creare vere e proprie zone della città a “tasse 0”, per rilanciare le aree dismesse di Verona e restituirle ai cittadini che vogliono costruire il proprio futuro qui o ricominciare con coraggio le proprie attività. Il Comune può costruire rapporti collaborativi con i privati proprietari delle molte aree ora in stato di semi abbandono, accordando a questi agevolazioni sulle imposte locali e la velocizzazione delle procedure autorizzative e burocratiche in cambio dell’impegno concreto per rendere economicamente vantaggioso l’insediamento di nuove attività locali nelle aree che verranno riqualificate.


Uffici, negozi, artigiani e studi professionali, commercianti e start-up, sono molte le attività che potranno essere avviate in zone come Basso Acquar e Verona Sud o altre aree dismesse che attendono solo di essere recuperate. Preziosa sarebbe una collaborazione strategica con l’Università, un progetto in grado di intercettare anche fondi regionali, nazionali ed europei, per la costituzione di hub di ricerca e di impresa under 35, di poli innovativi e produttivi di nuove eccellenze del nostro territorio.

Servirà l’aiuto di tutti, servirà una città dove chi ha maggiori possibilità e maggiori fortune in tempo di Covid-19 immetta nuovamente nel tessuto economico cittadino l’energia necessaria per farlo ripartire, mantendolo vivo e funzionante. In questi giorni è più che mai necessario che chi governa Verona sia in grado di compattare la comunità dei cittadini in un’unione di solidarietà e responsabilità, nell’interesse di ciascuno di noi. Per farlo servono provvedimenti veloci e concreti, servono messaggi di condivisione e collaborazione tra i cittadini, serve comprendere che solo insieme i veronesi possono veramente superare la crisi.


Responsabilità, tempestività, cooperazione ed equità sono i principi che devono muovere le decisioni di chi amministra. Noi, cittadini italiani e veronesi, faremo la nostra parte perché il fragile equilibrio in cui ci troviamo oggi non crolli ed anzi si rafforzi: è tempo che la politica, nazionale e locale, ritorni ad essere la guida che nei momenti drammatici non si limita a prendere decisioni estemporanee, spesso confusionarie ed inique, ma conduce la comunità verso il futuro.

Giacomo Cona


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